mercoledì 16 aprile 2014

La rapina

Erano le 8.02 precise quando ho suonato all'ingresso della banca. Ancora in bocca lo sforzo di scambiare due chiacchiere cordiali con il custode del parcheggio. Carissima persona, per carità, ma ammetto di non eccellere in convenevoli sociali nelle brume mattutine di un febbraio torinese.
Mi apre Francesco, il junior incaricato di 'alzare e abbassare le serrande’ del ’negozio’. “Entra, entra, stai tranquilla, non ti preoccupare”, mi saluta. Lo guardo come fosse un marziano. ““Tranquilla? Non ti preoccupare”? Mancava solo l’hashtag #staiserena. Vabbe' che siamo in epoca renziana, ma insomma...”. Il tempo di fulminarlo con uno sguardo e vengo fulminata io dalla visione di due uomini mascherati. Altezza media, magrolino uno, l’altro poco più imponente. Vestiti di nero. Passamontagna. Uno indossa anche la pistola. Non vistosamente finta.
“Prego, signora, si accomodi”, mi fa quello armato. “Non abbia paura, dieci minuti e ce ne andiamo. Nel frattempo, mi darebbe la sua borsa?”. Eseguo. “Il suo cellulare?”, fa lui con accento siciliano. “Nella borsa”, replico in torinese. “Allora, signora, la borsa gliela metto qui, su questa scrivania. La può anche controllare. Non tocchiamo nulla”, fa il mingherlino. Poi, efficiente, mi ammanetta e mi fa sedere sul gradino della scala interna. Da li ho agio di vedere il buco nel muro che hanno fatto nella notte i rapinatori. “Li ho trovati dentro la banca stamattina, non sai che paura quando ho acceso le luci e mi sono visto questi due davanti”, mi sussurra Francesco, seduto temporaneamente accanto a me, ma non ammanettato.
Capisco subito perché quando suonano ancora alla porta e lui va ad  aprire. Entrano Carlo, il collega lavativo e il signor Brioschi, cliente mattiniero che viene a depositare l'incasso della sua pompa di benzina a trecento metri da qui.
Carlo parte con la scena. Ansima, trema, si agita. “Un bicchier d’acqua?” Chiede premuroso il rapinatore numero due. “Ha bisogno di prendere una pasticca, una medicina per lo spavento?”, si preoccupa ancora. Carlo prende la pillola che il malvivente cortese gli prende dal cappotto. Viene accompagnato sul gradino superiore al mio. Da li accenna sforzi di vomito. Io mi assesto sul gradino cercando di allontanarmi. Incontro lo sguardo del rapinatore e da sotto il passamontagna colgo un barlume di compassione nei miei confronti. “Povera donna, che devi passare con questi qua”, sembra volermi dire.
Sia il terrore del vomito imminente sulla mia giacca (Christina T. Non per dire...) sia la reale temperatura percepita, mi viene voglia di togliermi almeno la sciarpa. Ammanettata, però, e’ operazione assai complessa. “Mi aiuterebbe...?”, chiedo all’incappucciato. Lui, volenteroso, comincia a svolgere il mio collo dai numerosi giri. E, meraviglia, ripiega la sciarpa accuratamente e la posa sulla mia borsa. Applaudo mentalmente mamma, nonne e zie pedagoghe.
Nel frattempo, l'altro rapinatore e il povero Saverio, cassiere, fanno il loro lavoro di svuotare il caveau. Ma prima, il gentiluomo fa fare il versamento al benzinaio. “Lei non deve perdere nulla, faccia il suo versamento, così glielo rimborseranno”, esorta gentile. E rivolto al cassiere: “vuole prendere, che so, 500 euro per se'? Per il disturbo e lo spavento, Sa...”. Saverio rifiuta con garbo grato.
Dieci-quindici minuti e, come promesso, i due si dileguano. Non prima di averci chiusi in bagno, tutti ammanettati tranne Francesco. In modo che possa poi liberarci.
“Le chiavi delle manette le lasciamo vicino alla borsa della signora. Mi raccomando, non uscite prima di dieci minuti, siamo d'accordo” ripetono prima di sparire.
L'epilogo scontato racconta di volanti della polizia accalcate all'ingresso (troppo tardi...), interrogatori in cui ho sentito verità, diciamo, romanzate e conosciuto eroi-ombra, tanta tantissima paura retrospettiva. “E' la gang dei siciliani, vengono ’a chiamata’ -mi racconta il poliziotto che raccoglie la mia deposizione- sono palermitani o catanesi. Fanno il colpo e tornano nell’isola. Stanno molto attenti la benessere degli ostaggi. Sa, una cosa e' la rapina, una cosa sono le persone... Se qualcuno si fa male, le pene si aggravano. E parecchio”.
A cose fatte, racconto l’avventura a Giovanni, il mio compagno. “Ah, mio dio che storia terribile? Come stai, amore, adesso? Tutto bene? Ah, a proposito, ti ricordi di farmi quel bonifico? Come??? La banca oggi e’ chiusa???? Ma insomma, e io come faccio? Il bonifico deve essere fatto oggi....".
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